domenica 19 luglio 2015

L' Unione Europea vuole veleni nei piatti

StopTTIP è un alleanza su scala europea che si è formata per realizzare un Iniziativa dei
Cittadini Europei (ECI) sul TTIP e sul CETA. Abbiamo presentato domanda di registrazione per la
nostra ECI il 15 luglio 2014. L'11 settembre 2014 la Commissione Europea ha respinto la
registrazione sulla base di argomenti che non crediamo essere conformi alle norme dell'Unione
Europea. Ecco perchè abbiamo messo in discussione la decisione della Commissione davanti alla Corte di Giustizia Europea e nel frattempo abbiamo svolto la nostra ECI su base auto-organizzata. 
Per maggiori informazioni vedere https://stop-ttip.org/about-the-eci-campaign/.

Perchè?
 semplicissimo, perchè  le aziende alimentari che usano veleni nei cibi aumentano i guadagni, si muore di cibo? ma chi se ne frega l' importante  è guadagnare....
poi, non è finita, per far stare tranquille persone come Renzi.... queste organizzazioni dei veleni stanziano fondi per le rotonde sulle strade, piste ciclabili, stazioni ferroviarie, aereoporti per fare decollare voli  a basso costo ed incrementare il turismo  cosi i turisti arrivano negli hotel mangiano i loro cibi  ai  veleni e muoiono insieme a questa follia multinazionalizzata che è l'Unione euroea e le sue aziende dei veleni.

Volete la prova: provate ad andare in un hotel in Sicilia, guardate le  pallide albicocche, le pesche, pensate di mangiare pesce siciliano?
Osservate bene il pane, l' olio di oliva è nelle bottiglie con scritto... bla bla... ma Voi consumatori non sapete da dove arriva quell' olio cosi mangiate veleno, negli hotel, nei ristoranti, negli autogrill, nelle mense soclastiche, ovunque. 
Loro si arricchiscono vendendo veleni,  noi?
Aumento della disoccupazione ...



LETTERA inviata al Parlameno Europeo



05.07.2015
Berlin, 04.07.2015
Caro Membro del Parlamento Europeo,
Le stiamo scrivendo in merito
all'imminente voto al Parlamento Europeo sulla relazione d'iniziativa
riguardante il Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP).

GLI ITALIANI VOGLIONO LE ETICHETTE SUI PRODOTTI ...

Sono stati presentati a Expo Milano 2015, al Padiglione Coldiretti, i dati del V Rapporto Gli italiani e l’agricoltura, con un focus su Commercio globale e agricoltura multifunzionale, durante il convegno sul tema L’agricoltura che sconfigge la crisi. La sfida della multifunzionalità

L' UE vuole avvelenarci

Fermiamo il Ttip!

Pochi giorni prima che il Parlamento europeo voti la relazione di iniziativa sul Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), 483 organizzazioni della società civile di tutta Europa, compresa l’Alleanza Stop-TTIP, chiedono in una lettera aperta indirizzata ai membri del Parlamento europeo di votare contro il TTIP. Lunedì 6 luglio tutti i membri del Parlamento hanno ricevuto la lettera riportata di seguito, firmata dall’Alleanza Stop-TTIP in ogni Paese membro dell’UE.
Il Parlamento europeo avrebbe dovuto votare in materia di TTIP il 10 giugno, ma il dibattito e il voto sono stati rimandati dopo la presentazione di oltre 200 emendamenti all’accordo. Il Parlamento europeo, pertanto, voterà la risoluzione sul TTIP il prossimo mercoledì 8 luglio.
L’Alleanza Stop-TTIP esprime le opinioni della società civile: oggi, 2,3 milioni di cittadini europei richiedono che siano bloccati i negoziati sul TTIP. Secondo Slow Food, l’unica soluzione è un rifiuto completo del TTIP.
Slow Food chiede al Parlamento europeo di rifiutare il TTIP e di non scendere a compromessi su alcun emendamento. Come ha affermato Carlo Petrini, Presidente di Slow Food:
Se il TTIP viene approvato, il nostro sistema alimentare quotidiano, già soggetto a un cambiamento drastico e insidioso, diventerà sempre più slegato dalla dimensione umana. Gli accordi di libero scambio, a partire dal NAFTA, non hanno portato ad alcun miglioramento della qualità della vita dei piccoli produttori e di chi è economicamente svantaggiato, ma hanno solo moltiplicato i guadagni degli speculatori più ricchi.
Ursula Hudson, Presidente di Slow Food Germania, spiega:
Il TTIP, così come è attualmente strutturato, non è assolutamente accettabile. Abbiamo bisogno di altre cose, non del TTIP: vogliamo democrazia, trasparenza e protezione legale per gli individui, e non più diritti per le multinazionali che vogliano citare una controparte in giudizio. Vogliamo proteggere e sviluppare ulteriormente le politiche ambientali europee, gli standard che abbiamo già raggiunto, invece di subordinarli alla logica del libero scambio.
Richard McCarthy, Direttore esecutivo di Slow Food USA, dichiara:
Siamo profondamente preoccupati da questa corsa verso la deregolamentazione, che riduce il controllo e la trasparenza del nostro sistema alimentare. Genererebbe una grande incongruenza, oggi che le comunità negli Stati Uniti e in tutta Europa cercano di riacquisire un maggiore controllo sulle informazioni indicate nelle etichette dei prodotti alimentari, sull’origine degli alimenti che consumiamo e sul modo in cui sono prodotti. Il TTIP minerebbe questi sforzi.
La risoluzione sul TTIP prevede anche l’inclusione della clausola relativa all’Investor-state dispute settlement (ISDS). Il Parlamento europeo deve assumere una chiara posizione contro l’ISDS. La clausola, infatti, consente alle aziende di citare in giudizio i governi presso tribunali privati in caso di azioni statali che, a loro giudizio, interferiscono con i loro investimenti e riducono i profitti previsti. Questa pratica è un pericolo per lo stato di diritto e i principi democratici.

fonte sito www.slowfood.it


Pecore, addio!

PecoraUna notizia apparsa su Internazionale letta di corsa con scarsa attenzione, parlava di una riduzione del patrimonio ovino della Nuova Zelanda da 70 milioni di capi (11 per abitante) agli attuali 30 milioni (6 per abitante). La Nuova Zelanda domina il mercato mondiale degli agnelli ed è tra i maggiori esportatori di lana e di latticini: e allora cosa mai è successo in quel paese per spiegare un tale crollo del gregge ovino nazionale?
Allora quella piccola notizia a margine di un reportage più ampio suscita qualche dubbio: se colleghiamo questo crollo a segnali che arrivano dall’Europa e dall’Italia in particolare, quegli interrogativi si trasformano in un vago senso di inquietudine, e più si approfondisce l’argomento, più l’inquietudine diventa preoccupazione.
L’Italia conta 7.300.000 capi, molti ma non moltissimi rispetto ai 35.000.000 dell’Inghilterra o ai quasi 12 della Spagna. Il 50 per cento di questi esemplari si trova in Sardegna. E si scopre che anche da noi la riduzione è netta: in Sardegna, ad esempio, rispetto a dieci anni or sono si sono persi un milione di capi. E in tutta Europa si registra un arretramento. Una delle cause è rappresentata certamente dalla cosiddetta “lingua blu”, una virosi che colpisce in particolare i ruminanti di piccola taglia e che ha comportato molti abbattimenti. Ma non può essere solo la malattia a ridurre in modo così drastico il gregge nazionale. E non possono essere neppure i tanto temuti e colpevolizzati lupi, del tutto assenti in Sardegna.
E allora quell’inquietudine vaga ed emotiva deve tradursi in un ragionamento. E il ragionamento ci porta ad alcune possibili cause del fenomeno, che alla fin fine riconducono alla impossibilità di un reddito adeguato per gli allevatori e i pastori. La lana, se non è di razze particolarmente pregiate, non la vuole più nessuno, è considerata un rifiuto speciale, e dunque un costo per lo smaltimento. Il latte ovino, per quelli che ancora mungono pecore (e sono sempre meno) è ceduto alla stalla a un prezzo medio inferiore all’euro: pensate un attimo al tempo che occorre per mungere 100, 200 pecore raccogliendo meno di un litro di latte a capo e alla fatica, e vi renderete conto che un euro, anzi meno di un euro al litro, è vergognosamente basso. E comunque va detto – ed è la terza ragione delle difficoltà del comparto – che i consumi di pecorini stagionati sono in costante calo. Le giovani generazioni non amano quei sentori forti, un poco piccanti e l’odore animale che sempre si sprigiona da un cacio pecorino stagionato. E l’unico modo per garantire un buon prezzo del latte alla stalla sarebbe appunto quello di produrre formaggi affinati e non formaggi freschi che vanno a posizionarsi su di un mercato dominato dall’industria casearia. Certo, qualche nicchia resiste, i nostri Presidi reggono ancora, ma le grandi produzioni delle cooperative sarde ad esempio, sono in difficoltà grave. I giovani mangiano formaggi dolci, tendenzialmente insapori, morbidi e grassi.
Pecorini addio, dunque? E di conseguenza pecore addio? Non siamo ancora a quel punto, ma è certo che dobbiamo cominciare a riflettere seriamente tutti sul problema, istituzioni, produttori e consumatori, e valutare opportune contromisure: altrimenti il rischio di vedere piano piano estinguersi il pastoralismo e l’allevamento ovino è reale e neppure così lontano nel tempo.

Piero Sardo
Presidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus
12% :

questo il dato rilevato da Coldiretti, si riferisce alla percentuale di giovani che già lavorano e chiedono di essere impiegati in agricoltura, un dato straordinario molto al di sopra della media degli ultimi quarant' anni, un dato importantissimo.
 Se i giovani riusciranno, anche grazie a noi docenti, a comprendere che i veleni nel  piatto si sconfiggono solo con la zappa, avremo un futuro, la società potrà salvarsi dalle malattie, peccato che gli ospedali si svuoteranno, bel problema!
Del reesto le iscrizioni ai corsi professionali  ad indirizzo agroalimentare confermano da tempo questo straordinario risultato.
I giovani del Sud italia dormono,  ancora presi ad imitare il Nord..... i giovani non si occupano di agricoltura perchè addormentati   in sogni  ingenui e fessacchiotti, cosi il loro territorio già martoriato morirà giorno per giorno.
Bravi idioti.
Un grazie di cuore alla persona che ha ideato la traccia dell' Esame scritto di Scienze Umaner di quest' anno sul valore del  lavoro manuale, un genio, a lui andrebbe il nobel 2016.

Sono stati presentati a Expo Milano 2015, al Padiglione Coldiretti, i dati del V Rapporto Gli italiani e l’agricoltura, con un focus su Commercio globale e agricoltura multifunzionale, durante il convegno sul tema L’agricoltura che sconfigge la crisi. La sfida della multifunzionalità dal 18 maggio 2001, organizzato dalla Fondazione UniVerde e da Coldiretti. All’incontro sono interventi Roberto Moncalvo, Presidente Nazionale Coldiretti, e Alfonso Pecoraro Scanio, Presidente Fondazione UniVerde.
A illustrare il rapporto è stato Antonio Noto, Direttore IPR Marketing, evidenziando come, secondo gli italiani, ci sia poca attenzione per l’agricoltura nel nostro Paese e che la condizione dei coltivatori negli ultimi anni sia peggiorata, soprattutto a livello economico. La percezione è che gli addetti al settore guadagnino molto poco per l’attività da loro svolta. L’85% del campione di riferimento ritiene che gli agricoltori svolgono un ruolo importante nella protezione dell’ambiente, perché oltre a mantenere in vita tradizioni che altrimenti si estinguerebbero, proteggono il territorio contro il dissesto idrogeologico.
Per l’86% dovrebbero ricevere un incentivo economico per la loro attività a servizio dell’intera collettività. Il panel, costituito da mille cittadini, disaggregati per sesso, età, area di residenza, ha mostrato di conoscere e gradire l’agricoltura multifunzionale. Tra le attività realizzate dalle imprese agricole multifunzionali le più apprezzate sono: l’agriturismo, i farmer’s market, le fattorie didattiche, gli agri-ospizi per anziani e gli agri-asili, ai quali l’82% degli italiani iscriverebbe il proprio figlio.
Riguardo ai prodotti agricoli:
  • il 43% degli italiani dichiara che, quando possibile, preferisce acquistarli direttamente in fattoria e, rispetto a quelli provenienti da altri Paesi, ne apprezza il gusto e il sapore
  • il 60% non ha dubbi nel ritenere quelli freschi molto più sicuri rispetto a quelli trasformati o industriali
  • l’84% si fiderebbe di più della qualità acquistandoli direttamente dal produttore o coltivatore
  • il 69% in un negozio tradizionale
  • il 64% al mercato rionale
  • il 90% apprezza che nel menù siano indicati prodotti di stagione e a km 0, confermando la tendenza a fare attenzione alle freschezza e alla stagionalità dei prodotti anche nella scelta del ristorante.
Sull’uso degli ogm in agricoltura gli italiani non hanno dubbi: il 73% si dichiara contrario. Il 90% vorrebbe delle etichette che indicassero chiaramente prodotti ogm free, in modo da poter scegliere consapevolmente. Anche per i cosmetici il 44% gradisce di più quelli naturali provenienti da agricoltura biologica. “L’agricoltura multifunzionale”  dichiara Alfonso Pecoraro Scanio “che è sempre più sociale e ambientale, dà molto all’Italia e merita di ricevere di più. I risultati del V Rapporto mostrano come gli italiani amino la nuova agricoltura, cresciuta molto in questi anni, che dà sempre più lavoro anche ai giovani, e chiedono alle istituzioni una maggiore considerazione per questo settore. La manutenzione del territorio, l’investimento sul biologico e sulla filiera libera da ogm fanno dell’agricoltura italiana una best practice a livello europeo. Expo non può ridursi a una Gardaland del cibo, ma deve essere l’occasione per rendere noti i risultati raggiunti in questi anni e indicare anche all’Europa una nuova visione”.
“Guardando ai bisogni dei consumatori, abbiamo costruito in questi anni un modello di sviluppo agricolo vincente replicabile in ogni parte del pianeta, che l’Italia deve sapere offrire all’Expo” ha affermato il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, nel sottolineare che “i più pronti ad accorgersene sono stati i tanti giovani, che vedono nell’agricoltura italiana e nell’alimentazione Made in Italy un’importante traiettoria di crescita in Italia e una prospettiva di lavoro futuro nel cibo”.
Quasi 1 studente su 4, con ben il 24% degli iscritti al primo anno delle scuole secondarie superiori tecniche e professionali ha scelto, per l’anno scolastico 2014/2015, un indirizzo legato all’agricoltura, all’enogastronomia e al turismo. Nel rapporto è stato realizzato anche un focus su Commercio globale e agricoltura multifunzionale. Sono ancora in pochi (il 14%), ad essere a conoscenza del TIPP (Accordo di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti). Quando al panel viene spiegato di cosa si tratta:
  • il 98% dichiara che non consumerebbe mai pollo trattato con bagni di antimicrobici a base di ipoclorito di sodio (varechina) o carne trattata con ormoni
  • il 94% non mangerebbe l’imitazione del Parmigiano Reggiano prodotto negli Stati Uniti
  • il 91% eviterebbe carne o latte provenienti da animali clonati.

sabato 6 giugno 2015

la vita di un santo prezioso e attualissimo depositario di un insegnamento senza tempo quello dell' umiltà. lo trovateil mio libro

mercoledì 13 maggio 2015

SOCIOLOGIA DEL CIBO

SOCIOLOGIA DEL CIBO

di Manfredini Carolina 

linguaggio semplice per farsi capire da tutti.

Il cibo nemico




 Cap 1.  Il potere delle Multinazionali sta distruggendo l' agricoltura, dovrebbero invece unirsi ai contadini e produrre cibi sani


Udienza a bambini e ragazzi di Scuole italiane, partecipanti alla manifestazione promossa da “La Fabbrica della Pace”, 11.05.2015


Quarta domanda, di un bambino egiziano. “Caro Papa noi siamo provenienti da Paesi poveri e con guerre. La scuola ci vuole bene; perché le persone potenti non aiutano la scuola?”

 Si può fare la domanda anche un po’ più grande: perché tante persone potenti non vogliono la pace?



 Perché vivono sulle guerre! L’industria delle armi: questo è grave! I potenti, alcuni potenti, guadagnano con la fabbrica delle armi, e vendono le armi a questo Paese che è contro quello, e poi le vendono a quello che va contro questo… E’ l’industria della morte! E guadagnano. Voi sapete, la cupidigia ci fa tanto male: la voglia di avere più, più, più denaro. Quando noi vediamo che tutto gira intorno al denaro - il sistema economico gira intorno al denaro e non intorno alla persona, all’uomo, alla donna, ma al denaro - si sacrifica tanto e si fa la guerra per difendere il denaro. E per questo tanta gente non vuole la pace. Si guadagna di più con la guerra! Si guadagnano i soldi, ma si perdono le vite, si perde la cultura, si perde l’educazione, si perdono tante cose. E’ per questo che non la vogliono. Un anziano prete che io ho conosciuto anni fa diceva questo: il diavolo entra attraverso il portafogli. Per la cupidigia. E per questo non vogliono la pace!

attenzione. scuole ITALIANE bambino EGIZIANO???

 Ecco la globalizzazione delle disuguaglianze sociali, come mai quel bambino non può vivere nel suo Paese?
PER CAPIRE  le cose  serve informarsi, leggere,  entrare nelle parole, scavarci dentro, diversamente si rimane VITTIME degli EXPO. 

Le catene di grande distribuzione sono in crisi, queste persone servono per CONSUMARE quei cibi che molti europei non mangiano più, questa è la verità.
Chi ha  il potere di mettere in atto queste scelte?

QUANDO PENSIAMO ALLA POLITICA NON DOBBIAMO PENSARE AI POLITICI ITALIANI 

NON SONO LORO CHE  DECIDONO  non solo loro

OGGI LE POLITCHE DEGLI STATI SONO CONDIZIONATE DA QUELLE ESTERNE

NOI NON SIAMO PIU' IN GRADO DI DECIDERE

LA SOVRANITA' INTERNA ITALIANA NON ESISTE PIU'

 questo da una parte è un bene, ,ma dall' altra non lo è. Serve chiarezza la gente deve sapere tutto sull'  'INDUSTRIA ALIMENTARE ' 

se capiamo come funziona l' industria alimentaree capiamo la politica  






 QUESTO LIBRO  lo  SCRIVIAMO INSIEME?


 SE QUALCUNO VUOLE AGGIUNGERE  del testo può farlo,  usando  cortesemente il colore rosso.

Tempo fa scrivendo un breve saggio su Auguste Comte, saggio che non ho pubblicato, mi chiedevo :
 quali effetti ha generato il Positivismo sulla moderna concezione del mercato?
Mi chiedevo se i disastri ambientali  e le varie forme di egoismo socio-industriale che sono sotto gli occhi di tutti, quali ambiente, cibo, inquinamento, sono originati da un uso scorretto della fiducia nelle scienza di stampo comtiano, appunto.
La fede nella verità scientifica, cosi come Comte e seguaci intendevano questo modello filosofico, doveva essere alla base del progresso non del regresso e, secondo me, questo progresso è presente, innegabilmente presente davanti ai nostri occhi, ma febbricitante, quindi bisognoso di un farmaco per lenirne effetti disastrosi per la salute umana.
Positivismo e fabbriche: un binomio inquinante dunque, che ha falciato milioni di essesi umani, distrutto l' ambiente ed  alterato la qualità dell' aria che respiriamo e dell' acqua che non possiamo più bere, insomma un vero cataclisma moderno. 
Come uscirne? 
Il potere delle Multinazionali è troppo vasto
la nostra vita quotidiana 
la politica degli Stati e la loro sovranità


 Cap 2. L' abbassamento della qualità della vita
utilizzo massiccio delle sostanze tossiche
no alla multinazionalità
gli italiani non vogliono morire di cibo e chiedono etichette sui cibi ma nessuno li ascolta
 riporto da slow food sito
L’agricoltura italiana è diventata la più green d’Europa, grazie alla sua leadership nel numero di imprese che coltivano biologico e la più vasta rete di aziende agricole e mercati di vendita a km 0, che non devono percorrere lunghe distanza con mezzi di trasporto inquinanti. Tra i primati del Made in Italy c’è anche quello del maggior numero di certificazioni alimentari a livello comunitario per prodotti a denominazione di origine Dop/Igp, che salvaguardano tradizione e biodiversità, ma anche la minor incidenza di prodotti agroalimentari con residui chimici fuori norma e la decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati (ogm), come avviene in 23 Paesi sui 28 dell’Unione Europea.
Sono questi i dati emersi nell’incontro L’agricoltura che sconfigge la crisi, la sfida della multifunzionalità, organizzato ad Expo da Coldiretti e Univerde, a 14 anni dall’approvazione della legge di orientamento (la numero 228 del 18 maggio 2001) che ha rivoluzionato l’attività agricola. L’Italia è l’unico Paese che può vantare 271 prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp) superiori a quelle registrate dalla Francia, su ben 43.852 imprese biologiche pari al 17% di quelle europee, ma è anche al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,2%), quota inferiore di quasi 10 volte rispetto alla media europea (1,9%) e di oltre 30 volte quella dei prodotti extracomunitari (6,3%).
La rete di vendita diretta degli agricoltori di Campagna Amica ha quasi 10mila riferimenti, offrendo la possibilità di acquistare lungo tutta la Penisola prodotti alimentari a km 0, con un’azione di sostegno alle realtà territoriali e un impegno contro l’inquinamento ambientale per i trasporti, che non ha eguali negli altri Paesi dell’Unione e nel mondo. Un percorso reso possibile dal grande sforzo di rinnovamento dell’agricoltura italiana, dove 1 impresa su 3 è nata negli ultimi 10 anni con una decisa tendenza alla multifunzionalità, dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasili, ma anche le attività ricreative come la cura dell’orto e i corsi di cucina in campagna, l’agricoltura sociale per l’inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la cura del paesaggio, di parchi, giardini, strade o la produzione di energie rinnovabili. Opportunità rese possibili dalla legge di orientamento, che ha allargato i confini dell’attività agricola e rivoluzionato le campagne italiane, aprendo nuove opportunità occupazionali nell’agribenessere, nella tutela ambientale, nel risparmio energetico, nel recupero degli scarti, nelle attività sociali, dagli agriasili fino alla pet therapy.
Un cambiamento che è stato recentemente riconosciuto anche dall’Istat, che ha proceduto a una rivalutazione del valore aggiunto del settore agricolo pari al 7,5% (con un impatto positivo sul Pil di 0,1 punti percentuali) per considerare le nuove attività emergenti, come la produzione di energie rinnovabili (essenzialmente fotovoltaico e biomasse), le fattorie didattiche, le attività ricreative, l’artigianato in azienda, l’agricoltura sociale, le vendite dirette, la produzione di mangimi, la sistemazione di parchi e giardini, la manutenzione del territorio e del paesaggio. A cogliere queste opportunità sono soprattutto i giovani, come dimostra un’indagine Coldiretti che evidenzia un aumento congiunturale dell’1,5% delle imprese agricole condotte da under 35 nell’ultimo trimestre del 2014, salite a 49871, il 70% delle quali svolge attività multifunzionali. “Il successo dell’agricoltura italiana sta nella sostenibilità, nella straordinaria qualità con caratteri distintivi unici, una varietà e un’articolazione sul territorio che non hanno uguali al mondo” ha affermato il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, nel sottolineare che “l’Expo è un’enorme occasione per ripensare a fondo il sistema di produzione e di distribuzione del cibo, per perseguire a livello globale un modello di sviluppo sostenibile attento all’ambiente, che garantisca un sistema di tutela sociale ed economica in grado di assicurare un futuro all’agricoltura e un cibo sicuro e accessibile a tutti, in Italia e nei Paesi più poveri”.
I PRIMATI GREEN DELL’AGRICOLTURA ITALIANA
1)   L’agricoltura italiana è tra le più sostenibili. Con 814 tonnellate per ogni milione di euro prodotto dal settore, non solo l’agricoltura nazionale emette il 35% di gas serra in meno della media UE, con risultati decisamente migliori rispetto alle altre nazioni europee: 12% di gas serra in meno rispetto alla Spagna, 35% in meno della Francia, 39% meno della Germania e ben il 58% in meno rispetto al Regno Unito
2)   L’Italia è al vertice della sicurezza alimentare mondiale. Siamo il paese che conta il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici (0,2%), un terzo in meno rispetto all’anno precedente. La quota italiana è inferiore di quasi 10 volte rispetto alla media europea (1,9%), aumentata di circa un terzo rispetto all’anno prima, e oltre 30 volte minore rispetto a quella dei prodotti extracomunitari (6,3%)
3)   L’Italia è il primo paese europeo per numero di agricoltori biologici. Con 43.852 imprese biologiche, siamo i campioni europei del settore rappresentandone il 17%, seguiti da Spagna (12% dell’UE con 30.462 imprese) e Polonia (10% dell’UE con 25.944 aziende)
4)   L’Italia è il Paese più forte al mondo per prodotti distintivi, con 268 prodotti Dop e Igp e 4.813 specialità tradizionali regionali, seguita a distanza da Francia (207) e Spagna (162). Nel solo settore viticolo, l’Italia conta ben 332 vini Doc, 73 Docg e 118 Igt
5)   L’Italia dispone della più ampia rete di fattorie e mercati degli agricoltori in vendita diretta a km0, che abbatte l’inquinamento determinato dai trasporti, con quasi 10mila riferimenti della rete di Campagna Amica .

 Cap 3. Cosa contengono i cibi?

da dove provengono?
etichette false

La farina 00 è nociva. Dietro il suo aspetto apparentemente innocuo, il suo colore candido e la sua consistenza così vaporosa e leggera, si nasconde un vero e proprio pericolo per la salute umana.
Questa farina – diffusissima nei supermercati e comunemente usata negli impieghi casalinghi - si ottiene attraverso la macinazione industriale del chicco di grano, che comporta l'eliminazione del germe (ovvero il cuore nutritivo del chicco, che contiene aminoacidi, acidi grassi, sali minerali, vitamine del gruppo B e vitamine E) e della crusca (la parte più esterna, particolarmente ricca di fibre). Tutto questo porta a un impoverimento della materia prima: da questa macinazione si ottiene infatti una farina raffinata, che si mantiene a lungo, ma risulta terribilmente depauperata e ricchissima di zuccheri

Abbiamo chiesto al professor Franco Berrino, ex direttore del Dipartimento di medicina predittiva e per la prevenzione dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e consulente della Direzione scientifica, quali sono gli effetti negativi dell'uso abituale di questo tipo di farina.
"La farina 00 - come tutti i prodotti raffinati – provoca un aumento della glicemia e il conseguente incremento dell'insulina, fenomeno che nel tempo porta ad un maggior accumulo di grassi depositati".
Tutto questo si traduce quindi con un indebolimento dell'organismo, sempre più soggetto a malattie di ogni tipo, tumori inclusi.
 http://www.greenme.it/mangiare/alimentazione-a-salute/7628-farina-00-dannosa-berrino

 Più del 70% del pesce che mangiamo arriva da lontano: in molti casi da oceano atlantico